I sottomarini riemergono per alimentare ancora il dibattito, non perdono né il pelo, né il vizio. Per chiamare al confronto, per decidere insieme le posizioni (Pippo Civati).
L'intervento di Giuseppe Civati alla Assemblea Nazionale del PD.
visto e piaciuto
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I sottomarini riemergono
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La conta
I media italiani sono letteralmente impazziti per questa storia della nuova influenza: chiamano "bambini" ragazzini di 11 anni, annunciano la morte di un bimbo (questo si) di 8 mesi salvo poi smentire che fosse riconducibile al virus dell'H1N1; parlano di normale influenza, anzi meno aggressiva, poi no, più aggressiva, più contagiosa, più pericolosa, ma no, meno letale, meno del previsto, più del previsto; vaccino si, vaccino no, dosi che non bastano, poi che avanzano pure. Tutto questo perché? Per cinismo da copertina? Qualcosa del genere probabilmente. Qualcosa di irresponsabile e squallido sicuramente.
Bersani presenta il suo PD: tutto chiaro, tranne le soluzioni
Un democratico - inteso come simpatizzante del progetto PD - non dovrebbe trovare grossa difficoltà nel riconoscersi nella relazione del neo Segretario Pierluigi Bersani. C'è tutto, e tutto nella declinazione progressista: il lavoro nel suo complesso, e non solo quello "salariato"; l'ambiente come risorsa economica; la giustizia come servizio civico indispensabile; la problematica della crisi da affrontare con più protagonismo delle istituzioni; la questione istituzionale nel suo complesso, a partire dalla sua riorganizzazione; ci sono le donne, i giovani, i circoli, gli intellettuali, il territorio. C'è persino una critica alle ricette inconcludenti della socialdemocrazia europea. Insomma, il quadro è chiarissimo, l'analisi è puntuale e condivisibile, il punto di vista è quello visto da qui. Alla fine rimane però un vuoto, un non so che di incompiuto. E non per via della comunicazione, sempre grigia e oldstyle, noiosissima come nemmeno un trattato sui numeri primi. Le soluzioni? Dove sono le soluzioni, le proposte concrete? Bersani non è (ancora) candidato premier e quindi non era tenuto a delineare un programma di Governo, ma dato che ha insistito più volte sul concetto di alternativa di Governo, sicuramente ci si aspettava di più. Paradossalmente dei punti sopra elencati, quello dove si può riscontrare il dettaglio più approfondito è proprio quello forse meno sentito, ovvero la riorganizzazione delle istituzioni. Per il resto solo auspici, titoli diciamo. Ma di soluzioni concrete pochine. Talmente pochine che non si è in grado di capire ad oggi se questa tanto sbandierata pluralità e partecipazione sarà veritiera o solo di facciata, magari relegata semplicemente ad alcune "nomine" simboliche, come quella - pur piacevolissima - di Ivan Scalfarotto come vicepresidente. Proprio questa doppia nomina tra l'altro (Scalfarotto area Marino, sarà affiancato dalla franceschiniana Marina Sereni), non ritengo sia un buon segno, puzza di vecchia spartizione tra correnti piuttosto che di nuova collegialità. Diversi analisti sostengono che la fortuna di Bersani stia nella sua "concretezza" da ex-amministratore: io la sto ancora aspettando questa concretezza, questa capacità di proporre soluzioni fattibili, magari che fanno sognare poco ma che risolvono problemi. Finora ho sentito tanti rimandi - più volte nella sua relazione di oggi ha usato l'espressione "non entro nel dettaglio", quando invece sarebbe il caso di cominciare ad entrarci nel dettaglio, eccome. Come sottolineato da Thomas Castangia, il senso della storia lo abbiamo capito, ora vogliamo capire il futuro.
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Siamo ricchi! Ma quando mai. L'informazione relativa in salsa italiana
Mi sembrava strano: "l'Italia è la sesta nazione più ricca tra i Paesi industrializzati del mondo" - "l'Italia ha ormai sorpassato la Gran Bretagna per prodotto interno lordo (Pil)", etc etc. Un profluvio di entusiasmo e di dichiarazioni vittoriose e compiaciute che però guardandomi attorno non mi tornavano. Ho fatto un giro in rete, ed ecco spiegato l'arcano: la gabola sta nella conversione delle monete dei vari Paesi. Raoul Minetti lo spiega benissimo sul sito de iMille "Sorpassi dopati. Se l'Italia cresce più della Cina". Ok, tutto a posto, tutto chiaro quindi. Tranne una cosa: non vi sembra strano che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera - e come lui anche Repubblica, La Stampa, il Sole 24 ore, etc - dia la notizia senza mai evidenziare questo piccolo/grande particolare che se non altro aiuta a ridimensionare e inquadrare meglio la notizia? Perché queste "mezze informazioni"? Dilettantismo? La messa in pratica della richiesta goverantiva di più ottimismo? Non saprei. Rimane il dato sconfortante: l'informazione è quanto di più relativo ci possa essere in Italia.
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Tito Boeri ne conviene: e ora che Bersani ci dica cosa ha in mente
Come provavo a spiegare ieri nel mio commento al pezzo di Carlo Dore su Democrazia Oggi, di proposte sia in mozione che nei primi giorni da Segretario se ne vedono poche, specie in campo di economia e lavoro. Men che meno di sinistra. Oggi Tito Boeri su Repubblica lo sottolinea in maniera costruttiva e propositiva. Da leggere.
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Ma quale svolta a sinistra! Siamo seri per favore.
Di seguito un mio commento al pezzo di Carlo Dore jr. "Le tre sfide del post-comunista Bersani" apparso su Democrazia Oggi.
In primo luogo Bersani è tutt’altro che antimediatico, dato che deve la sua fortuna – probabilmente la sua vittoria – all’immagine che ha saputo dare di sè, concreto, preparato e rassicurante leader specie nella materia che ansiogena i cittadini italiani: l’economia. A meno che per antimediatico non intendi “persona poco incline al confronto sui media”. In tal caso non c’è personaggio più antimediatico di Pierluigi Bersani. Secondo poi Bersani non ha mai parlato né di partito di massa né di abbandono della equidistanza tra lavoratori e imprenditori, piuttosto di partito popolare ovvero – e cito la mozione – “rivolto ad un vasto arco sociale, dai ceti meno abbienti, ai ceti produttivi, alle nuove generazioni. Decidiamo di essere presenti in ogni luogo con esperienze e linguaggi legati alla vita reale delle persone”. L’attesa svolta a sinistra mi pare sia solo un miraggio dato dalla provenienza personale del neo-segretario: ce n’è pochina nella sua mozione ancor meno nell’azione di questi primi giorni da Segretario. Ad oggi mancano le proposte concrete su precariato e tassazione delle pmi, risposte chiare su ambiente ed energia, mancano riferimenti precisi ai diritti della comunità lgbt, manca quasi totalmente la laicità: tutti elementi (tanto per fare alcuni esempi, ma ce ne sarebbero anche altri) che stanno alla base di ogni sinistra moderna degna di questo nome. C’è tanta socialdemocrazia, quella fallita e bocciata da storia ed elettorato di quasi tutta Europa. Con l’Ulivo si vince? Forse, ma non si governa, e questo è un dato oggettivo. A che serve andare al Governo se poi non si riesce a riformare nulla per via dei veti incrociati di Bertinotti e Mastella ieri, di Ferrero e Casini domani? Quanto alle regole certe, son d’accordo che ce n’è tanto bisogno, a cominciare dal rispetto di quelle su tesseramenti e primarie (senza sciocchi lodi, rivelatisi boutade inutili). D’accordo anche sulla questione morale e sui gruppi di potere: cominciamo a pensionare i personaggi che ammorbano il PD con la loro ingombrante presenza. Come dici? Non possiamo? Ah già, sono in Assemblea Nazionale grazie alle liste bersaniane.
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Problemi nuovi, soluzioni vecchie
Di seguito un mio commento al pezzo di Gianluca Scroccu "No ai politici narcisi per il ritorno alla politica-cultura" apparso su Democrazia Oggi.
Continuo a sostenere che per problemi nuovi si stanno proponendo soluzioni vecchie. E’ vero che stiamo assistendo, in Italia, ad un sostanziale fallimento del leaderismo, da noi più che in altre nazioni spesso mediatico, patinato e sostanzialmente vuoto - specie a sinistra. Ma è vero anche che a questo, alla necessità che i cittadini elettori sembrano avere di riconoscersi in un leader “easy”, siamo in primis destinati geneticamente, e nella fattispecie ci siamo arrivati dopo tangentopoli, dopo lo sputtanamento delle pratiche indecenti e amorali della partitocrazia tutta degli anni ‘70 / ‘80 (almeno nel suo culmine per intenderci). Ci siamo arrivati per via dell’invasione del fenomeno tv, che si è portato dietro la cultura degli annunci, degli slogan, degli spot, dell’immagine patinata appunto. Ci siamo arrivati perché il cittadino elettore ha sentito la necessità di riconoscersi in qualcuno di esterno a certe logiche, o magari, anche se appartenente al sistema, personalmente affidabile, empaticamente degno del suo voto. Da questo fenomeno non si torna indietro con una inversione a U che pretenda di ricreare la partecipazione come l’abbiamo conosciuta 20 o 30 anni fa: questo non potrà MAI accadere. Prima ce ne rendiamo conto, prima la nostra democrazia tutta farà un passo in avanti. E’ naturale che le assemblee devono tornare ad avere il loro giusto peso, ma è anche vero che l’elezione di queste assemblee non si può chiudere ai soli tesserati, perché il corpo elettorale VUOLE contare, VUOLE partecipare, VUOLE dire la sua. E se per farlo lo si costringe in qualche modo ad una partecipazione attiva di vecchio stampo, ecco che non si fa altro che allontanarlo nuovamente. E questo è un danno non solo per il PD o per chiunque prenda questa decisione, ma soprattutto per la salute della democrazia partecipativa italiana, che deve essere stimolata, non soffocata da formalismi novecenteschi. La partecipazione stimola all’informazione critica, alla decisione, al coinvolgimento. E’ crescita, comunque. Il fenomeno del voto alle primarie, o in futuro anche alle doparie - a mio giudizio una vera rivoluzione di cultura e partecipazione che va assolutamente perseguita - di persone NON interessate realmente alla vita di quel partito (ad esempio destra che vota per il segretario del PD) è un qualcosa di estremamente marginale e destinato a scomparire - come dimostrano proprio i dati delle primarie assolutamente allineati (ad eccezione dell’exploit di Marino) ai voti di circolo. Bersani ha vinto (anche) perché riesce a sintetizzare la caratura da leader con quella dell’uomo affidabile e preparato. Bersani ha ottenuto lo stesso gradimento dai congressi di circolo e dalle primarie, ed ora, da leader, è legittimato non dalla maggioranza dei tesserati ovvero 250mila, ma da circa 1,4 milioni di persone che hanno scelto lui come segretario del partito. E a Bersani questa investitura non dispiace affatto, dato che “dentro la vittoria di tutti, c’è anche la mia”. Se non è un messaggio chiaro questo?!
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La voce del popolo rom: nuove politiche e strategie verso la rappresentatività
Quando si parla di immigrazione, integrazione e accoglienza degli stranieri capita spesso che anche il più progressista e aperto storca il naso davanti alla questione dei rom. Un argomento spinoso spesso lasciato in mano alle amministrazioni locali di buona (o cattiva) volontà, in Italia mai affrontato in maniera organica a livello politico. Una problematica che sconta inevitabilmente il grosso pregiudizio che come tale è figlio forse di qualche verità, ma certo di tanta ignoranza. Il popolo rom, un popolo di origini indiane che ha iniziato la sua diaspora intorno all'anno mille per cause che gli storici ancora non sono stati in grado di definire in modo preciso (guerre? invasione? povertà? messa al bando?), ha contribuito notevolmente alla crescita artistica, culturale, ma anche tecnologica dell'europa tutta. Abili nel lavorare i metalli, hanno fatto la loro comparsa nel vecchio continente verso la fine del 1300 e da allora sono stati prima apprezzati e quasi mitizzati, poi temuti, cacciati e perfino perseguitati. Oggi il rapporto tra i rom e le rispettive nazioni ospitanti è complesso, reso ancora più difficile dal diverso atteggiamento che i leader dei 5 gruppi principali - Rom, Sinti, Kalé, Manousche, Romanichels - assumono nei confronti degli Stati e delle comunità nelle quali si trovano a vivere. In Italia esiste un problema concreto di marginalità sociale che inevitabilmente spesso sfoga nell'illegalità che a sua volta genera l'astio, il rifiuto che questo gruppo etnico minoritario soffre. Ed è proprio per superare questo gap sociale, questa marginalità dannosa e pericolosa, che la Federazione Romanì ha organizzato il 30 ottobre la conferenza dal titolo “La voce del popolo rom. Nuove politiche e strategie verso la rappresentatività”. La Federazione Romanì racchiude in Italia proprio i 5 gruppi principali che costituiscono la galassia rom europea, e prova a porre al centro dell'attenzione alcuni punti basilari dai quali partire per perseguire l'obiettivo di completa emancipazione, integrazione, partecipazione del popolo rom alla vita civica del nostro Paese. Nella relazione finale del Presidente Nazzareno Guarnieri, si propone in primo luogo la promozione di una partecipazione qualificata attraverso il riconoscimento e la valorizzazione delle professionalità rom e sinte oggi esistenti a diversi livelli - dall'artigianato all'Università. Con l'ausilio degli esponenti più inseriti ed in vista della comunità, si auspica la ricerca di nuove politiche e strategie finalizzate alla rappresentatività del popolo rom, attraverso ad esempio, il riconoscimento dello status di minoranza etnica e linguistica. Ma vengono evidenziati anche due aspetti che se accolti e perseguiti, contribuirebbero non poco all'integrazione del popolo rom: la necessità della rinuncia ad ogni forma di assistenzialismo che ha generato le fallimentari politiche differenziate del passato; il rifiuto della logica della "giustificazione dell'illegalità" per un più credibile percorso di responsabilizzazione dei capitribù delle diverse comunità. E sta proprio qui la vera novità che emerge dal mondo rom: la richiesta del riconoscimento di diritti fondamentali, a fronte però della presa di responsabilità matura e consapevole dei doveri di una comunità che si vuole inserita, integrata, emancipata. Una conferenza davvero importante quindi, un primo passo che seppur piccolo, muove nella giusta direzione: l'inclusione e l'integrazione di un popolo che non deve più rimanere ai margini della nostra società; il recupero di una cultura ricca e affascinante che tanto ha dato, specie a livello artistico, all'Italia e all'Europa tutta. E' un vero peccato che né i media - sempre pronti ad evidenziare però gli aspetti controversi e negativi dei rom - né la politica per mezzo di partiti o istituzioni, abbiano partecipato a questo evento. Sarebbe stata un'occasione per far capire ai cittadini italiani che la politica e l'informazione in questo Paese non è solo questione di escort, trans e toghe rosse.
pubblicato anche sul sito dei Giovani Democratici www.gdonline.it
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I nomi degli eletti sardi all'Assemblea Nazionale del Partito Democratico
Ecco i nomi degli eletti sardi all'Assemblea Nazionale del Partito Democratico. A tutti buon lavoro. Per ora nessun commento preventivo, sarebbe sciocco e inutile. Anche se certi nomi si commentano da soli (alcuni in positivo, altri in negativo).
Bersani - Lai
Antonello Cabras, Paolo Fadda, Tore Cherchi, Romina Mura, Giuseppe Cuccu, Antonio Solinas, Tore Ladu, Teresa Pintori, Franco Murgia, Giulio Calvisi, Cristiana Patta
Bersani - Diana
Marco Meloni, Francesco Sanna, Fulvio Tocco, Maria Elena Motzo, Vincenzo Visco
Franceschini
Renato Soru, Stefania Spiga, Caterina Pes, Antonello Soro, Guido Melis, Tetta Duce, Gianluca Lioni, Francesca Pedroni
Marino
Graziano Milia (che lascerà il posto alla seconda in lista - Giulia Sirigu), Pierfelice Todde, Simone Campus
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Sotto shock
Sono profondamente turbato dalla vicenda di Stefano Cucchi. Inutile che mi metta qui a descrivere la storia o a ricostruire la cronologia dei fatti, si trova ovunque in rete con tanto di foto devastanti. Stefano Cucchi è stato ucciso dalle forze dell'ordine. Per nulla. Per gioco forse. Punto. La vicenda è questa. Salta subito agli occhi l'analogia con quanto accadde due anni fa ad Aldo Bianzino, un falegname di Perugia arrestato per coltivazione di canapa indiana, e restituito morto alla famiglia dopo 2 giorni di isolamento. Anche in quel caso silenzio omertoso, autopsia che rivelò le violenze subite, giustificazioni farneticanti, famiglia in attesa di verità e giustizia. Ma che le camere di sicurezza nelle carceri non sono "alberghi a 5 stelle" ce lo ricordano proprio loro, i carabinieri. Cosa avranno voluto dire con questa frase non è dato sapere. E' dato sapere invece che secondo il Ministro La Russa, siamo davanti ad un "comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri". Analogie e dichiarazioni che pongono a mio avviso un interrogativo inquietante: ma il pestaggio è da considerare una procedura ordinaria dell’amministrazione penitenziaria?
Carabinieri che sfondano porte di appartamenti privati e ricattano politici, carabinieri che ammazzano un giovane in attesa di processo. E' il caso che qualcuno cominci a darci delle risposte su cosa sta accadendo a questo corpo, prima che l'inquitudine si trasformi in disagio o, peggio, in sfiducia.
La nuova fase
Aspetto i risultati definitivi. Aspetto di leggere i nomi dei componenti l'assemblea nazionale (con particolare riferimento ai nomi sardi). Nel frattempo su FB commento con gli amici gli errori commessi dalla Marino, e osservo la "nuova fase" che ha inizio. (anche qui, e qui).
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A caldo, non sono contento
Non sono contento, inutile dire. Sono sicuro che oggi ci sarà un fair play diffuso tutto proteso a creare il clima utile per il lavoro che da domani il Partito Democratico dovrà compiere. Il che è anche giusto. Però io non sono contento. Non sono contento perché ha vinto un'idea di partito vecchia, un'idea politica che sull'altare della vittoria elettorale sacrificherà tuttociò che invece dovrebbe essere alla base di un partito di centrosinistra, di un partito progressista: il rinnovamento, il coraggio del cambiamento, i capisaldi insindacabili nei temi fondanti, gli ideali sociali, ambientalisti e laici, la moralità. Ha vinto un'idea vecchia anche per l'approccio ai temi e per le soluzioni proposte. Ha vinto, comunque. E questo non si può discutere, dati - anche se parziali - alla mano. Al di là delle cifre sfalsate (eufemismo) del meridione, la mozione Bersani ha raggiunto o comunque sfiorato, pare, il 50% un po' ovunque. Quindi bene ha fatto Franceschini a riconoscere subito la vittoria di Pierluigi Bersani, sfoderando uno stile che a parti invertite probabilmente non avremmo visto. E' indiscutibile a questo punto che la vittoria di Bersani sia limpida e legittima. Nei prossimi giorni però, con i dati completi, si capirà meglio la mappa dei consensi, che inevitabilmente sarà specchio della mappa delle aspettative e delle opinioni politiche. E non si potrà (non si dovrebbe) trascurarle. Per quanto riguarda "gli altri due": se Marino tiene sopra il 10 ha raggiunto il suo scopo, straordinario, di infilare il "virus" della sinistra moderna laica e progressista in quello che si appresta a diventare un partito sempre più sottoposto alla forza centripeta; la vera delusione è stata Franceschini. Il suo valore è quello, ovvero intorno al 35%, e di lì non si è mai scostato significativamente, né nei circoli, né sul terreno delle primarie. Qualche franceschiniano prova a far notare che senza Marino la gara sarebbe stata più aperta. Lettura miope: forse qualche punto Franceschini lo avrebbe recuperato, ma l'impressione è che Marino più che togliere voti a Franceschini abbia aggiunto voti al PD. In Sardegna la cosa appare ancora più tragica: la vittoria di Lai aprirà scenari di riequilibratura che dureranno dei mesi prima di arrivare - se mai ci si arriverà - ad un assestamento definitivo. Il PD ha fatto un passo indietro questo è chiaro. Prima di poter bene comprenderne i motivi sarà necessario avere tutti i risultati definitivi. Quello che è certo è che i sostenitori di Marino, ma anche di Franceschini, avranno un bel lavoro da fare per cercare di tenere a galla le istanze di modernità, di apertura del partito, di coerenza tra proposta e pratica politica che da oggi sono più a rischio di ieri.
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Cronaca di una vittoria annunciata
Bersani Segretario. Cronaca di una vittoria annunciata. Non era così anche il titolo di un libro di Marquez? Si, più o meno. Speriamo Marino tenga le due cifre. Vedremo.
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Un grosso grazie ad Ignazio Marino e a tutti i mariniani
Dopo circa tre mesi di campagna elettorale, ci siamo, si vota. Come noto per chi bazzica da queste parti, ho scelto Ignazio Marino. L'ho fatto per il suo programma, e per questi 5 brevi punti che ho provato a riassumere. Per la Sardegna ho scelto Francesca Barracciu - candidata della mozione Franceschini, anche in questo caso per il suo programma e per i punti riassunti brevemente qui. La Barracciu è sostenuta da due liste: io voterò "Scegli il futuro", perché ci trovo giovani, donne, amici, capaci e affidabili, alcuni dei quali sosterranno come me Ignazio Marino al nazionale.
Prima ancora che si aprano i seggi, al di la di come andrà a finire, mi premeva ringraziare in primis Ignazio Marino per essere stato capace di intercettare il bisogno di sintesi, di posizioni nette e chiare, di nuove proposte programmatiche innovative e al passo con i tempi, di una grossa fetta di democratiche e di democratici; per aver compreso che un rilancio credibile di una concreta alternativa allo status quo passa inevitabilmente per base e circoli, e deve necessariamente prevedere e formalizzare diverse forme di partecipazione. Lo ha fatto con la preparazione, con lo stile, con la convinzione proprie di un vero leader: un leader moderno per una sinistra liberale moderna, laica e progressista. Un politico capace di attrarre un consenso notevole, di fare sintesi e proposta, di intervenire in modo competente nei dibattiti pubblici a tutti i livelli. Un politico capace nuovamente, con concetti apparentemente semplici, di scaldare i cuori di chi auspica la nascita di una valida alternativa al centrodestra affarista e mafioso che ci governa, ma anche ad una classe dirigente di centrosinistra inetta e inconcludente. Tutti quei SI e quei NO detti in modo chiaro e inquivocabile, uniti ad una dialettica sempre intellettualmente onesta (memorabile l'appunto su l'UDC mafioso e sull'idolatrato Fini parte in causa nei fatti del G8 genovese), hanno fatto sognare non poco tutto il popolo di centrosinistra, orfano da troppo tempo di un leader vero nel quale riconoscersi. Non so come ne uscità la terza mozione, troppe sono le incognite: quanti andranno effettivamente a votare di quel del 30% fisso nei sondaggi in rete; quanto inciderà il "peso" di Bersani o il rilancio di Franceschini. La doppia cifra rimane il risultato minimo con il quale si può veramente pensare di incidere nella vita del futuro PD.
So per certo però, che comunque vada è stato un successo. Principalmente per le sinergie messe in piedi che, se si riuscirà a non disperderle dal 26 in poi, rappresentano la vera base sulla quale poggiare il futuro del Partito Democratico. E per questo ringrazio anche tutte quelle persone che in Sardegna, in particolare nella "mia" provincia di Cagliari si sono fatte un mazzo tanto per tenere in piedi, nonostante tutto e tutti, la proposta della mozione Marino. Thomas Castangia, Marco Murgia, Anna Crisponi, Carla Paulis, Cristiano Castangia, Enrico Pisanu, Gianni Madeddu, Isabella Murtas, Michela Mura, Nicola Cillara, Sandro Marotto, Simone Rivano, Roberto Mirasola, Marina Pisu, Maurizio Bonetti, Giulia Sirigu, tanto per citarne solo alcuni. Persone straordinarie dalle quali, nonostante personalmente abbia potuto partecipare solo di striscio alla maggior parte degli eventi e delle azioni, ho attinto a piene mani in questi tre mesi. Persone che con la loro passione concreta ma ricca di ideali, hanno convinto la mia molesta diffidenza che non tutto è perduto. Perché se si moltiplica questa mia personale esperienza per il resto della Sardegna, per il resto d'Italia, si arriva alla matematica conclusione che un'altro PD è possibile, un'altra Italia è possibile.
Augurando un buon voto a tutti quanti, chiudo riportando una delle frasi più belle, forse la più qualificante, dette da Ignazio Marino durante questa campagna: "Solo una società basata sul merito rende i propri cittadini delle persone libere".
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Bersani continua a fare figure barbine. Franceschini e Marino non sbagliano un colpo e se la godono.
A pochi giorni dalle primarie i sondaggi più o meno attendibili si sprecano, dalla TV alla rete, dai giornali ai blog. Non si contano gli appelli al voto, le adesioni di questo o quel personaggio famoso, le sintesi per convincere al voto e alla scelta di un candidato piuttosto che di un altro. Tutto normale insomma, una campagna elettorale, di fatto. E quando al voto manca così poco, di solito i candidati entrano in uno stato di serenità dato dalla consapevolezza che oramai quello che potevano e dovevano fare lo hanno fatto – oramai le carte sono in tavola e la parola passa agli elettori che domenica proveranno a decidere chi sarà il terzo segretario (in due anni scarsi, non male come media) del Partito Democratico. E in effetti Franceschini e Marino sembrano piuttosto tranquilli, rinfrancati da una serie di segnali confortanti: per Dario Franceschini l’indubbia incisività comunicativa degli ultimi tempi, e il feedback territoriale incoraggiante in termini di qualità delle liste; per Ignazio Marino l’appoggio di importanti fette della società civile (termine osceno, ma per capirci) come quello dei gruppi radicali, dei movimenti glbt, nonché la scelta sorprendente di Ricci (vai a capire poi perché) di “pubblicizzare” la terza mozione promuovendo un sondaggio in rete che come prevedibile non poteva che premiare il candidato genovese. Striscia è in assoluto il programma più seguito della televisione italiana, definito addirittura da un sondaggio (non ricordo se di Repubblica) il “telegiornale” più attendibile per gli italiani, e il fatto che si sia data questa pubblicità così esplicita pro-Marino rende ancora più incerto il risultato di domenica. Bersani invece no, non pare affatto sereno, e c’è da capirlo: dopo le polemiche di inizio campagna congressuale date dalle irregolarità sui tesseramenti campani e calabresi (tutti in territori poi plebiscitariamente a suo vantaggio), dopo il rifiuto imbarazzato e imbarazzante del confronto pubblico con gli altri candidati, dopo la difficoltà nel gestire una miriade di liste a lui collegate – sintomo da sindrome di Cencelli, dopo le ingombranti adesioni alla sua mozione - tutta la destra in blocco simpatizza per lui, e ora ci si mette pure la Binetti, ci mancava solo la tegola siciliana di Dalla Chiesa. Il figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso nel settembre ’82 da un commando mafioso (mandante? mah...), impegnato anche lui come il padre nel contrasto alla criminalità organizzata con la sua attività di politico e di scrittore, era stato contattato direttamente da Bersani e da Rosi Bindi per fare il capolista in Sicilia nella lista ufficiale pro-Bersani. Dalla Chiesa accettò. Ma né lui né Bersani avevano fatto i conti con i micidiali capibastone siciliani che dopo aver frammentato in 6 le liste collegate al candidato dalemiano, si sono talmente incasinati da dimenticarsi (volutamente?) della punta di diamante della mozione. Tanto che Nando Dalla Chiesa non siederà nell’assemblea del Partito Democratico. Va beh, che importa, tanto per rappresentare il contrasto alla criminalità organizzata ci saranno Bassolino e Loiero. Una figura barbina, l’ennesima, figlia dei sistemi che Bersani non ha il coraggio di abbandonare e che vuole riproporre, convinto siano l’unico compromesso possibile per tornare al Governo del Paese. Una figura non edificante, specie se contrapposta al segnale forte di Dario Franceschini che porterà in assemblea la Borsellino e Crocetta.
Ecco come Nando Dalla Chiesa ha commentato la notizia sul suo blog: clicca qui
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